L’azienda dove lavoro ha la sede dove c’è stato l’epicentro del terremoto.
Alcuni dei miei colleghi, che lavorano in sede, abitano nel centro storico e da domenica sono sfollati.
Oggi uno di loro è tornato in ufficio e ci ha raccontato come è adesso la sua vita.
Questa mattina, dopo due giorni, è riuscito a rientrare a casa sua assieme a un vigile del fuoco per prendere qualche vestito, qualche medicina per la figlia di un anno e poco altro. Sono tre giorni che vive a casa di un altro collega e ancora non sa quando riuscirà a tornare a casa.
Cercando di raccontare la notte tra sabato e domenica ad un certo punto gli sono venuti gli occhi lucidi e si è interrotto dicendo “scusate ma proprio non ci riesco, non posso spiegarvi che cosa ho provato in quei dieci secondi in cui la casa ballava, l’unica cosa che so è che adesso vivo nel terrore, sempre”.
Nessuno di quei miei colleghi ha più un ufficio, una scrivania, un piccì, è tutto chiuso, tutto fermo, si aspettano gli ingegneri della protezione civile che vengano a dare il benestare per poter risistemare i soffitti, i vetri esplosi, i mobili distrutti. Io sono due giorni che non faccio altro che lavorare, faccio il mio lavoro e anche quello dei miei colleghi della sede centrale. Non ce l’ha chiesto nessuno e non c’era bisogno di farlo, ci è venuto naturale, ci siam messi lì e via, abbiamo preso in carico i loro lavori.
Io son due giorni che penso al fatto che poteva succedere a me, bastavano 35 km più su ed era fatta. Io son due giorni che penso alle priorità della vita, e al fatto che il 90% della nostra vita lo passiamo dietro a priorità del cazzo.