blonde inside

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Ecco, qui ci dovete ascoltare, un po’ tutti.
Sappiamo quando ci guardate. Li sentiamo, gli occhi sul culo, sulle tette, sulle gambe. Non sono meno invasivi di un commento, di un fischio, di un miciomicio. Sono la stessa cosa: non ci faranno male fisicamente, ma li sentiamo. È un’attenzione appiccicosa, che lascia tracce di sporco, che ci causa pensieri un po’ ansiosi (“Ecco, sapevo che non mi dovevo mettere la gonna”) oppure bellicosi (“Maledetti lumaconi”). È sulla capacità di non trattare le donne come oggetti da esposizione che si gioca la vostra possibilità di diventare uomini migliori. Ogni volta che vi girate a fissare una donna, lei lo sa, quelli intorno a voi lo sanno, chiunque passi lo sa. La fate oggetto di un’attenzione che non ha chiesto e non vuole. Lo so, è difficile capirlo: a voi non succede. Quando siete per strada, è per andare dal punto A al punto B. E quello fate, senza che nessuno vi fermi.
Imparare a distinguere quando siamo disposte a giocare, quando gli sguardi fanno parte di un rito al quale siamo disponibili, non dovrebbe essere difficile: invece quello che succede è che ci credete disponibili sempre, in quanto femmine; e vi stupite, vi adombrate, vi sembra incomprensibile che non lo siamo. Lo addebitate al nostro cattivo umore, più che al vostro scarso senso dell’opportunità e del contesto. No, non siamo noi: siete voi.
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